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Spiagge italiane a colossi stranieri? Spariranno solo più rapidamente

Opinioni

Elena Livia Pennacchioni



E’già successo al Danieli di Venezia e ad altri illustri marchi della storia di famiglia. Adesso la mannaia della direttiva Bolkestein sta per calare sugli oltre 3.200 chilometri di spiagge turistiche italiane che, in nome della libera concorrenza europea, potrebbero finire in mano (e in tasca) a colossi stranieri. Lancia in resta i 30 mila imprenditori già titolari delle concessioni, tira dritto Draghi dopo la tirata d’orecchie di Bruxelles per non aver ancora applicato la norma varata da Prodi nel 2004. L’opposizione fa ricorso alla Corte Costituzionale contro l’annullamento delle proroghe al 2033 e il partito di Giorgia Meloni è l’unico a vedere nella messa a gara di un settore strategico nazionale, un regalo alle aziende straniere. E una condanna a morte delle nostre piccole imprese balneari. Epperò, qui si sono fatti i conti senza l’oste. C’è una grandiosa “mucca nel corridoio” che tutti ignorano, nonostante il giubilo unanime per aver inserito la tutela dell’ambiente in Costituzione. 


Una questione di granelli di sabbia

Negli ultimi 50 anni l’erosione ha strappato all’Italia 40 milioni di metri quadrati di spiagge e oggi, la nostra linea di costa fronteggia un arretramento nel 46% dei litorali. Ecosistemi fragili che vanno difesi non solo perché conservino ancora le proprie funzioni naturali, ma ai quali si chiede anche di continuare a risultare produttivi. Devono alimentare quel pezzo strategico di turismo che per le imprese tricolore vale circa 2 miliardi l’anno. Una faccenda in piena green economy, che per lo Stato non è gratis: ogni anno le amministrazioni intervengono con 100 milioni di opere di contrasto all’erosione costiera. Siamo sicuri di voler mettere la redditività italiana in mani straniere con i soldi della nostra spesa pubblica, affidando loro pure il destino (già non proprio luminoso) del nostro patrimonio ambientale?


“Con 1.750 chilometri di litorali in erosione, non potremo difenderli tutti perché non ne avremmo le risorse. E comunque non avrebbe senso”, spiega a Today Enzo Pranzini, docente di Dinamica e Difesa dei Litorali all’Università di Firenze. “Fino ad ora, le inondazioni causate dell’innalzamento del livello del mare hanno contribuito limitatamente alla scomparsa delle spiagge. La vera causa è da ricercare nei fiumi che non portano più sedimenti al mare. E senza sedimenti, non si “produce” la spiaggia”. Cementificazione, dighe lungo il percorso, abbandono del suolo agricolo che più di tutto contribuisce a nutrirli di depositi minerali. “Mentre tutto questo impedisce alla spiaggia di ricevere linfa vitale, il moto ondoso continua ad eroderla senza che essa possa rigenerarsi. E prima o poi sparirà, perchè che nella maggior parte dei casi non può arretrare. Dietro di sé trova i muraglioni del lungo mare, la ferrovia, il porto”. Ed ecco che ad ogni stagione, arriva puntuale il ripascimento. Ovvero la spiaggia di riporto negli stabilimenti balneari, che lo Stato paga a marzo e che il mare si riporta via a settembre. Ogni anno. “Non serve all’ecosistema ed è una difesa insufficiente. Servirebbe un progetto strutturale che consenta di non arrivare al punto in cui sarà troppo tardi per intervenire”. Figuriamoci cosa accadrà quando, a metà di questo secolo, il mare si alzerà di mezzo metro per effetto del cambiamento climatico. E le spiagge, oltre a non essere più alimentate via terra, verranno pure inondate via mare. Un quadro previsto dalla scienza e confermato da fatti sempre più concreti. Che certo, non verrebbe rallentato dagli interessi di esclusivo profitto di grandi gruppi finanziari. Mentre potrebbe trovare un alleato, un partner e un custode nelle piccole imprese familiari che in quei luoghi si trovano a casa. 



“Al momento della gara per le concessioni - sottolinea a Today l’on.le Riccardo Zucconi, responsabile nazionale per il turismo di Fratelli d’Italia e primo firmatario del ricorso alla Corte Costituzionale - non ci sarebbe partita tra le disponibilità di grandi società e quelle della nostra micro-imprenditoria. Non solo, ma potremmo trovarci di fronte anche ad acquisti plurimi, che lascerebbero spazio a grandi catene balneari”. Ci profondiamo in lamenti d’addio ogni volta che un gioiello di famiglia imbocca le autostrade del mercato globale. Scendiamo in piazza con Greta perchè “non abbiamo un Pianeta B”. Ma alla fine, conta la tintarella. Finchè è possibile.

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